Le risorse del PNRR, allocate dal Ministero del Turismo sono rivolte a tutte le imprese del mondo dell’ospitalità, nella sua definizione più estesa; dovranno essere impiegate e rendicontate entro il 31 dicembre 2025. In particolare, il Fondo Rotativo Imprese per il sostegno alle imprese e agli investimenti di sviluppo nel turismo (FRI-Tur) stanzia fondi che puntano a migliorare i servizi e a potenziare le strutture ricettive anche in un’ottica di digitalizzazione.
Il pacchetto prevede una dotazione complessiva di 500 milioni, tolti i 100 milioni nel 2022, rimangono:
180 milioni di euro per l’anno 2023
180 milioni di euro per l’anno 2024
40 milioni di euro per l’anno 2025
L’incentivo, previsto dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e gestito da Invitalia si rivolge sia alle imprese alberghiere, che alle strutture che svolgono attività agrituristica, strutture ricettive all’aria aperta, imprese del comparto turistico, ricreativo, fieristico e congressuale compresi gli stabilimenti balneari, i complessi termali, i porti turistici e i parchi tematici.
Gli interventi per la digitalizzazione previsti dall’incentivo sono:
servizi relativi alla formazione del titolare o del personale dipendente;
programmi e sistemi informatici per la vendita diretta di servizi e pernottamenti;
siti web ottimizzati per il sistema mobile;
spazi e pubblicità per la promozione e commercializzazione di servizi e pernottamenti turistici sui siti e piattaforme informatiche specializzate;
strumenti per la promozione digitale di proposte e offerte innovative in tema di inclusione e di ospitalità per persone con disabilità.
Ci sono inoltre altre opportunità offerte dal Ministero ed ulteriori premi riservati all’imprenditoria femminile e per le imprese che hanno sede in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna o Sicilia.
L’elenco per le spese ritenute ammissibili lo trovate nel sito del Ministero del Turismo.
Se vuoi saperne di più, raccontaci il tuo progetto di digitalizzazione saremo lieti di fornirti tutte le informazioni relative all’incentivo.
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Il Re-commerce è un modello di sostenibilità economica permeato di una sana coscienza ambientalista sta raggiungendo rapidamente anche il commercio elettronico. Il mondo sta consumando più di quanto le risorse naturali possano ricostituire. Gli ambiziosi obiettivi globali di zero emissioni nette entro il 2050, ci costringe a raddoppiare entro il 2032 l’attuale valore dell’economia circolare, fermo dall’inizio del conflitto in Europa, all’8,6%.
Da un modello “take-make-waste” a un’economia circolare.
Visa ha analizzato alcune nuove tendenze attraverso le quali generazioni di nuovi consumatori, comunità e imprese, specie le più piccole, sostengono e implementano questa serie di best practices che hanno il nome delle “6 R” del re-commerce elettronico.
Resale (Rivendita), il mercato del second-hand ha avuto una forte crescita, pensate a Vinted;
Repair (Riparazione), la riparazione anziché un nuovo acquisto;
Rental (Noleggio), il noleggio temporaneo di un trapano o di altro elettrodomestico da un vicino;
Refill (Ricarica), dai toner all’acquisto della pasta senza packaging;
Return (Restituzione), il reso del prodotto usato con il nuovo acquisto è già una possibilità disponibile da tempo;
Redistribution (Ridistribuzione), nel campo alimentare tante sono le imprese che offrono le loro eccedenze a ONG per evitare lo smaltimento.
Piccole scelte con un grande impatto sulle persone più fragili e sul nostro pianeta.
Secondo una ricerca prodotta da VISA in collaborazione con GlobeScan, già metà dei consumatori intervistati svolgono n’attività di re-commerce due volte l’anno. Il R-Ecommerce è un’opportunità di crescita.
Sarà un gemello digitale del mondo reale, una moda passeggera?
Meta spiega cos’è il Metaverso
Sono settimane che viene spiegato il Metaverso in TV; non è chiaro se sia una strategia per sostenere la visione di Zuckerberg o i bilanci di Meta.
La spinta dei grandi brand Adidas, Nike, Coca-Cola, Gucci, LVMH verso il Web3, sta trasformando il Metaverso in qualcosa di mainstream, che non riguarda più solo giochi e spazi social, ma già ora raggiunge i nuovi canali di acquisto.
L’integrazione dell’AR (Augmented Reality — Realtà aumentata) rappresenta una realtà estesa dell’e-commerce, non solo un’opportunità di differenziazione ma anche uno strumento che accorcia i cicli di vendita e consente ai canali online di crescere in segmenti tradizionalmente dominati dalla vendita in store, fornendo un’esperienza di acquisto coinvolgente con un catalogo potenzialmente infinito, o con la possibilità di partecipare a eventi dal vivo ospitati all’interno del Metaverso.
Alcuni marchi stanno sperimentando attivamente la vendita di prodotti virtuali e/o di realtà ibrida che collegano il mondo virtuale e quello fisico.
Per il momento, Sales e Marketing provano a conquistare attraverso l’E-commerce Metaverse, nuovi clienti; una generazione di nativi digitali e early adopter, a proprio agio con l’economia dei beni digitali.
I brand, con l’ossessione di fornire un’esperienza di acquisto unica, hanno realizzato e-commerce con funzioni di ricerca basati sull’AI, con informazioni dettagliate sui prodotti, condivisione social originali e semplicissime, recensioni, pagamenti facili e sicuri, consegne veloci, ma soprattutto, esperienze d’acquisto iper-personalizzate.
Il fattore chiave del crescente interesse attorno al Metaverso è rappresentato dalla tecnologia AR, anche se privacy e sicurezza dei dati rappresentato seri ostacoli alla crescita del mercato; le previsioni di Boston Consulting Group sono impressionanti. Negli Stati Uniti, dove ci si attende la maggiore espansione, Amazon.com sta già incorporando VR e AR nella sua esperienza di acquisto.
Anche Alibaba.com ha inserito la realtà aumentata tra i grandi trend dell’e-commerce. La sovrapposizione dei contenuti digitali al mondo fisico, potrà consentire di indossare vestiti virtuali, provare o visualizzare i prodotti in 3D prima di effettuare l’acquisto, con l’intenzione di ridurre efficacemente i resi, uno dei maggiori costi per i brand.
L’app di IKEA consente ai clienti di posizionare mobili virtuali nei loro appartamenti, ma ci sono anche aziende che hanno strutturato programmi di fidelizzazione basati su NFT (Token Non Fungibili), in grado di offrire risorse digitali unici con vantaggi VIP, contenuti immersivi unici, inviti ad eventi esclusivi, sconti personalizzati sui prodotti e molto altro ancora.
Da anni, si parla delle nuove esperienze che consumatore desidererebbe vivere nel punto vendita e se il web 2.0, quello attuale, dove l’e-commerce è scollegato dalla fisicità dello shopping di persona con il Web 3.0 si colmerà queste questa lacuna ed il Metaverso diventerà uno spazio digitale dinamico e immersivo, cross-platform migliorato grazie realtà virtuale (VR), realtà aumentata (AR), NFT e altre tecnologie finanziarie decentralizzate.
Per il momento i CEO stanno proteggendo i loro brand pensando al Metaverso più come un territorio fisico e unico da conquistare prima di altri concorrenti. Victoria’s Secret ha presentato nuove domande di marchio per vendere “lingerie virtuale, calzature e accessori moda”. L’Oréal, il prestigioso marchio globale di cosmetici ha depositato 17 nuovi brevetti: offrirà negozi di bellezza virtuali con cosmetici virtuali, preparazioni per il trucco e forse anche avatar nel Metaverso.
Al momento le piattaforme di simil-pseudo-fanta Metaverso sono centralizzate: ovvero costruite, governate e monetizzate da un’unica istituzione. La borsa digitale firmata Gucci, venduta su una di queste piattaforme (Roblox*) è stato venduta per 350.000 Robux, l’equivalente di 4.115 Dollari che tuttavia l’acquirente non può utilizzare, vendere o scambiare al di fuori della stessa piattaforma.
Va ricordato tuttavia, che tramite smart-contract, i marchi possono acquisire royalties, dal 5% al 10% del valore della transazione quando gli NFT vengono rivenduti. E ciò che accaduto a Dolce & Gabbana che hanno generato 5 milioni di dollari in transazioni primarie.
*Roblox ha circa 58 milioni di utenti giornalieri attivi, ciascuno trascorre una media di 2,6 ore al giorno. Nel 2021, gli utenti hanno inviato 2,5 miliardi di messaggi al giorno.
In futuro ci si attende una piattaforma open source, controllata dagli utenti e garantita da blockchain.
Crescono gli investimenti per analytics, digital marketing, cookies, recensioni e privacy
Una serie di terremoti scuotono il mondo del web: dalla direttiva europea Omnibus, in materia di recensioni alla decisione dell’Authority italiana garante della Privacy di ritenere Google Analytics (GA3) non conforme al GDPR (o RGPD).
Lo scorso 23 giugno, il Garante ha completato l’istruttoria aperta nel 2020 nei confronti di un sito web italiano su cui era installato Google Universal Analytics ed ha scoperto (finalmente) il vaso di Pandora.
L’authority italiana si è allineata alle decisioni già intraprese dalle omologhe istituzioni di Francia (decisione 10/02/20222), Austria (decisione 22/04/2022) e Danimarca sancendo che qualsiasi trasferimento in paesi esterni allo Spazio Economico Europeo (SSE) che non preveda le medesime garanzie del regolamento sulla privacy italiana deve ritenersi illecito.
Il trattamento dei dati personali dei cittadini europei deve essere salvaguardato ad ogni costo ed in ogni caso.
Il Regno Unito del dopo Brexit e la Svizzera sono intervenuti uniformandosi alla direttiva UE 680/2016 pertanto sono “compliant”.
Gli Stati Uniti no, perché se è vero che il c.d. Privacy Shield, l’accordo tra USA e UE sulla conservazione delle informazioni personali degli europei adottato nel 2016 ne regolamentava i trattamenti, il 16 luglio 2020 la Corte di Giustizia europea lo ha invalidato (c.d. Sentenza Schrems II”) ritenendo le guarentigie degli USA inadeguate.
La portata del provvedimento è di dimensioni enorme, perché per analogia si applica non solo a Google Analytics, ma anche agli altri tools di Google, al pixel di Facebook e ai tanti altri plugins, gratuiti o a pagamento presenti nei siti web, che seppur effettuando una “semplice chiamata di un file” trasferiscono dati personali in paesi che non garantiscono i principi di accountability europei.
Ricordo che il tribunale di Monaco (Germania) ha sanzionato con 100 € di ammenda un sito che richiamava i Google Fonts da remoto, perché così facendo Google acquisiva l’IP dell’utente violando le norme del GDPR.
Tra le applicazioni a rischio vi è l’intero mondo delle piattaforme di email marketing, e-commerce, i social media, le app e i tools di USA, Cina e Russia.
Attualmente risultano compliant al GDPR gli stati di Andorra, Argentina, Australia, Canada, Fær Øer, Giappone, Guernsey, Isola di Man, Israele, Jersey, Nuova Zelanda, Regno Unito, Svizzera, Uruguay. In base ad alcuni accordi di reciprocità anche per India e Brasile non ci dovrebbero essere problemi visto che il loro Privacy Act è ispirato a quello europeo.
È sicuro è che se le risorse sono installate in locale non vi saranno problemi.
Anomizzazione vs pseudonimizzazione
Nei mesi passati, già molte aziende sono corse ai ripari chiedendo di abilitare l’anonimizzazione dei tracciamenti, tuttavia sarebbe corretto parlare di pseudonimizzazione perché i metadati forniti dal browser come lingua, risoluzione dello schermo, la data e l’ora della visita, sistema operativo se combinati insieme possono ugualmente identificare l’utente.
Se con i cookies, l’attivazione di CMP di terze parti come Cookiebot poteva apparire sufficiente per essere in regola, per quanti usano Google Analytics oggi è più difficile dare una risposta definitiva.
La normativa USA prevede che, su richiesta delle agenzie governative, come CIA e NSA, si possa accedere a dati raccolti anche fuori dai confini nazionali da aziende consociate o controllate da un soggetto giuridico di diritto statunitense, tuttavia non tutti coloro che trasferiscono dati dall’UE agli USA sono fuori legge, vedi Apple, ma occorre valutare caso per caso.
Google afferma che GA4 è “GDPR compliant”, mentre l’Autority francese è di diverso avviso ed ha recentemente integrato le proprie FAQ consigliando per la conformità di considerare la proxyfication ovvero una soluzione che preveda il coinvolgimento di un server proxy per evitare il contatto diretto tra il terminale dell’utente Internet e i server dello strumento di misurazione.
Il Garante italiano afferma che chi sceglierà di proseguire nell’uso di Google Analytics dovrà necessariamente integrarlo ad altre misure di sicurezza (senza indicare quali 🙁 ) .
Migrazione a Google Analytics 4 Server Side e alternative
La migrazione a Google Analytics 4 con la configurazione Server Side non è stata esaminata dai garanti della privacy Europea, ma in linea di principio si ritiene conforme, va da sé che deve essere disattivata la raccolta di dati di Google Signals in base all’area geografica come pure delle altre informazioni granulari che utilizzano la posizione.
Alternative a Google Analytics, gratuite e conformi al GDPR sono disponibili, ecco i più noti: Matomo (https://matomo.org/, Plausible (https://plausible.io/), Open Web Analytics (https://www.openwebanalytics.com/), WebAnalytics Italia (https://webanalytics.italia.it/ ) specifico per enti e PA, altre soluzioni possono arrivare dai log analyzer come AwStats, anch’essi installati nello spazio hosting del cliente, spesso disponibili di default dal fornitore IT.
Remarketing e custom audiences addio
Il problema non è quindi la misurazione, ma l’integrazione di GA con lo strumento principale di promozione online di Google Ads; al momento i due strumenti sono gli unici a dialogare fra di loro e in grado di creare segmenti di pubblico utili per il remarketing e/o per l’attivazione di pubblici simili o personalizzati (c.d. Custom Audiences).
L’uso congiunto di Google Analytics con altri servizi di Google, in particolare con i servizi di marketing, può aumentare il rischio di tracciamento, nel caso di Google Tag Manager, per essere tranquilli il suggerimento aggiuntivo è quello di utilizzare come contenitore quello offerto da Stape (https://stape.io/) con localizzazione del server in Europa.
Anche Facebook suggerisce nella sua procedura Conversion API Gateway di installare il proprio Pixel di tracciamento degli eventi creando un dominio o sottodominio ad hoc su un server su AWS o di altro fornitore.
In quest’ultime settimane c’è stato un susseguirsi e sovrapporsi di teorie e soluzioni che hanno dato vita in poco tempo a nuovi servizi che inevitabilmente portano con sé un aumento di costi per attivazioni/ri-configurazioni e loro gestione. Canoni sempre più elevati, spesso crescenti, certamente poco sostenibili per le aziende piccolissime o con dimensioni ridotte. E la fine dell’Internet tutto gratis ?
La situazione attuale è molto confusa e priva di certezze assolute. E se ai 101 reclami presentati da Noyb nel 2020 da cui è nato tutto questo, aggiungiamo le migliaia richieste di rimozione di Federico Leva, per cui non entro nel merito ma vi invito a vedere l’intervista di @Matteoflora all’attivista italo – finlandese (https://youtu.be/1lUPak9qJkg?t=1560) direi che è meglio attendere che il fumo si diradi, gli animi si quietino e si raggiunga rapidamente un accordo politico tra Usa e UE.
“Il sole 24 ore” reputa l’accordo vicino, il dossier è già sul tavolo del negoziato da marzo scorso, insieme al Data Acts sono attesi altri provvedimenti importanti destinati a cambiare le regole delle piattaforme e dei mercati digitali: il Digital Market Act e il Digital Services Act.
Dal 1° luglio 2023 il principale e più conosciuto strumento di web analytics, Google Universal Analytics 3 (UA) verrà sostituito da Google Analytics 4 (GA4); ciò significa che chi entro il 30 giugno 2022 non avrà attivato il nuovo servizio gratuito di Google, l’anno prossimo al momento del pensionamento di Universal Analytics non troverà i dati storici da confrontare. Stessa sorte per chi usa Universal Analytics 360.
Oltre alla comunicazione ufficiale di Big G sulla migrazione a GA4, negli ultimi mesi si sono rincorse numerose notizie e ipotizzati scenari come fronteggiare la scomparsa dei cookies di terze parti, mantenendo o addirittura migliorando le opportunità di tracciamento attuali.
A causa della sentenza Schrems 2, l’esportazione dei dati degli utenti cittadini dell’UE negli USA è stata immediatamente vietata e questo ha obbligato le Ad company a cambiare rotta, ripensando interamente il modello di integrazioni tra browser e sito web, e i tool di analitica.
Nonostante i garanti per la protezioni dei dati personali di alcuni paesi europei abbiano attenuato la portata del provvedimento della Corte di Giustizia Europea imponendo l’anonimizzazione dell’IP e la disabilitazione delle funzioni di remarketing, le aziende proprietarie dei client come Apple Safari, Firefox e Microsoft Edge che rappresentano circa il 40% del traffico ed il 34% del fatturato e-commerce italiano hanno anticipato le decisioni delle Authority disabilitando già delle nuove release: l’audience targeting, il remarketing ed il tracking delle conversioni di adv “sporche”.
Per prepararci al futuro è fondamentale muoversi ora, perché le attività da porre in campo sono diverse, richiedono tempo, la programmazione di investimenti economici, ricordando che i dati persi non potranno più essere recuperati.
Ecco 5 step da cui partire:
1. Aggiornare tutti i tag di advertising e analytics all’ultima versione disponibile;
2. Installare una Consent Management Platform, ovvero una piattaforma di gestione del consenso conforme allo standard IAB TCF 2, il Transparency & Consent Framework conforme al GDPR sviluppato in modalità collaborativa da oltre 650 aziende del settore digital e new media, come CookieBot ad esempio;
3. Implementare il Google Consent Mode (https://support.google.com/analytics/answer/9976101?hl=it) , la soluzione del colosso americano per chi non accetta la profilazione e che gestisce il modello dati delle conversioni attraverso il Machine Learning;
5. Implementare le Facebook Conversion Api, il più grande social network al mondo ha creato una soluzione per identificare gli eventi compiuti da visitatori e acquirenti. Il pixel di tracciamento consentirà ai proprietari di siti web e/o inserzionisti, colpiti primi dall’ITP Intelligent Tracking Prevention (ITP) di Apple e poi dal ban dei devices Apple a partire dalle versioni IOS 14.5 di essere conforme alla normativa GDPR.
Appare chiaro quindi che le piattaforme B2C (es. sito e-commerce, ma non solo) dovranno avere una gestione rigorosa e globale dei dati dei propri clienti, che integri oltre al loro consenso, tutte le operazioni che svolgono online (e offline). Le Customer Data Platform sono già una realtà e diventeranno fondamentali se si desidera integrare sito web, eventi dei clienti/leads e per ottimizzare investimenti in marketing e digital ads.
I canali di comunicazione di direct marketing come newsletter e sms non sono coinvolti da questa rivoluzione, probabilmente le piattaforme di Programmatic Adv saranno quelle più colpite.
Se la battaglia probabilmente tra le Ad Company proseguirà a colpi di browser sempre più sicuri e privacy compliant (ndr Chrome ha dichiarato che eliminerà cookie di terze parti a partire da metà 2023), 8 su 10 marketer (900 intervistati) hanno dichiarato che l’accesso ai dati di prima parte sarà l’unica strategia per avere successo nel digital marketing.
L’accesso ai dati di prima parte sarà l’unica strategia per avere successo nel digital marketing.
Un esempio che questa trasformazione è già in atto, Google ha ufficializzato il 24 maggio 2022 nel Google Marketing Live 2022 che Google Ads già integra la Privacy Sandbox, una tecnologia che consente pubblicità mirata basata su consenso e interessi (Topics) integrata lato browser su una manciata di interessi individuati sulla base della cronologia di navigazione degli ultimi 7 giorni, oppure dal fingerprint, ovvero tutte le informazioni tecniche (dimensioni schermo, plugins presenti, software installato, orologio, sistema operativo, connessioni wireless attive) che è possibile recuperare da ciascun device.